IL PREZZO DELL’AMORE
Il mercato del cuore e la fedeltà di Dio
Cari amici, buongiorno. Il cammino di oggi ci porta a fissare lo sguardo su un evento doloroso: l’accordo di Giuda con i capi dei sacerdoti. Trenta monete d’argento: questo è il prezzo fissato per consegnare il Maestro. È il giorno dello scambio infelice, in cui un’amicizia infinita viene svenduta per una sicurezza materiale illusoria. Proprio dentro questo tradimento, però, comincia a risplendere la gloria di un Dio che non ritira il suo amore e continua ad avanzare verso la Croce per salvare anche chi lo ferisce.
Oggi il Vangelo è spoglio, quasi brutale. Un uomo fa una domanda e da quella domanda parte la notte: «Quanto volete darmi?». Giuda non cade all’improvviso. Comincia a trattare Gesù come una merce. Quando l’amore diventa trattativa, la traiettoria è già segnata. Papa Leone XIV ci ha ricordato che la Quaresima è il tempo in cui rimettere il mistero di Dio al centro, lasciandoci raggiungere dalla Parola perché il cuore non si disperda nelle inquietudini e nelle distrazioni di ogni giorno. È proprio qui che nasce il dramma: quando smettiamo di ascoltare davvero il Signore e cominciamo a inseguire i nostri piccoli interessi, rischiamo di svendere la nostra dignità di figli di Dio.
Vangelo del giorno (Mt 26,14-25)
In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariòta, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù. Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».
Una riflessione per te (p. Mario Proietti)
Giuda va dai capi e offre Gesù. Non chiede: “Che cosa è vero?”. Chiede: “Quanto vale?”. È la domanda del mondo quando smette di adorare e comincia a usare. Trenta monete d’argento: una cifra che brucia perché è piccola. Il tradimento non sempre nasce da grandi odi. A volte nasce da un piccolo prezzo, da un calcolo, da un risentimento coltivato, da una delusione trasformata in cinismo.
Poi la scena cambia e diventa luminosa, quasi domestica: i discepoli preparano la Pasqua. Gesù dice: “Il mio tempo è vicino”. Lui non è una vittima sorpresa. Conosce l’ora. E mentre qualcuno prepara l’inganno, altri preparano la tavola. La Settimana Santa è anche questo: il bene e il male che convivono nello stesso spazio, la fedeltà e la fuga, il dono e la trattativa.
A tavola Gesù annuncia: “Uno di voi mi tradirà”. E qui succede qualcosa di molto umano e molto santo: tutti si rattristano e domandano uno per uno: “Sono forse io, Signore?”. È la domanda giusta. Non è il sospetto sugli altri, è l’esame su di sé. Nella Chiesa si cade meno quando si smette di puntare il dito e si impara a tremare davanti alla propria fragilità.
Giuda, invece, fa una domanda simile eppure diversa: “Sono forse io, Rabbì?”. Non dice “Signore”. Dice “Maestro”. È un dettaglio piccolo, ma parla. Quando Gesù non è più il Signore della mia vita, diventa un riferimento esterno, un maestro tra tanti, un’idea, un ruolo. E allora posso anche restare a tavola, con la mano nel piatto, e avere già deciso di consegnarlo.
Gesù risponde: “Tu l’hai detto”. Non urla, non smaschera con violenza. Dice la verità, nuda. La verità che salva è sempre sobria. E nello stesso tempo Gesù pronuncia una frase severa: “Guai a quell’uomo…”. Perché il tradimento non è una debolezza qualunque. È scegliere la notte contro la luce.
Oggi la Settimana Santa ci pone una domanda essenziale: Cristo ha un prezzo per me? Ci sono compromessi per cui lo “consegno”? Non serve vendere Gesù ai capi. Basta vendere un pezzo di coscienza, un pezzo di verità, un pezzo di carità. E si comincia a scivolare.
Un versetto per restare dritti
«Sono forse io, Signore?». (Mt 26,22)
Esercizio pratico: togliere il prezzo
In questo mercoledì santo, scelgo un gesto che dice: Gesù non è in vendita.
Rinuncio a un compromesso concreto: una doppiezza, una parola falsa, un tornaconto, una vendetta coltivata, una scelta comoda che mi sporca. E faccio un atto breve di verità davanti al Signore: “Signore, io sono fragile. Tienimi tu”.
Domanda per la giornata
Qual è il “prezzo” con cui rischio di consegnare Cristo: consenso, comodità, denaro, rancore, orgoglio?
Io lo chiamo “Signore” o è diventato solo un “maestro”?
Preghiera
Signore Gesù, oggi la tua Parola mi mette davanti la possibilità del tradimento, non per farmi paura, per salvarmi.
Liberami dal calcolo e dalla doppiezza. Fa’ che io non ti tratti mai come una merce e non metta un prezzo alla verità.
Donami un cuore vigilante, capace di domandare con sincerità: “Sono forse io, Signore?”.
Tienimi nella tua grazia, perché io resti con Te quando arriva la notte. Amen.
