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Protési alla gioia pasquale… (Giovedì della Terza Domenica di Quaresima 12 marzo 2026)

DALLA CHIUSURA ALLA LODE
Liberare la voce, guarire lo spirito

Cari amici, buongiorno. Il cammino di oggi ci mette davanti un segno potente: la guarigione di un uomo muto. E la Quaresima ci tocca proprio qui, perché spesso il silenzio interiore non è pace. È prigionia. È quella chiusura che ci rende incapaci di dire una parola vera, di lodare, di chiedere aiuto, di benedire. Si resta muti, e dentro si indurisce tutto. È la lotta tra il regno di Dio e quello di satana, tra la vera pace e la prigionia di un silenzio indurito.

Vangelo del giorno (Lc 11,14-23)

In quel tempo, Gesù stava scacciando un demonio che era muto. Uscito il demonio, il muto cominciò a parlare e le folle rimasero meravigliate. Ma alcuni dissero: “È in nome di Beelzebùl, capo dei demoni, che egli scaccia i demoni”. Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo. Egli, conoscendo i loro pensieri, disse: “Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra. Ora, se anche satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite che io scaccio i demoni in nome di Beelzebùl. Ma se io scaccio i demoni in nome di Beelzebùl, i vostri discepoli in nome di chi li scacciano? Perciò essi stessi saranno i vostri giudici. Se invece io scaccio i demoni con il dito di Dio, è dunque giunto a voi il regno di Dio. Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, tutti i suoi beni stanno al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via l’armatura nella quale confidava e ne distribuisce il bottino. Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde”.

Una riflessione per te (p. Mario Proietti)

Gesù scaccia un demonio “muto”. E la guarigione provoca due reazioni opposte: meraviglia e sospetto. Alcuni vedono il bene e lo riconoscono. Altri vedono lo stesso bene e lo avvelenano con un’accusa: “È in nome di Beelzebùl”. È un dettaglio che fa paura, perché descrive una possibilità che è anche nostra: si può essere così irrigiditi da non saper più dire “grazie” nemmeno davanti a un’evidenza. È un mutismo più profondo della mancanza di voce: è l’incapacità di lodare.
Gesù risponde con una lucidità che non lascia scampo. Un regno diviso crolla. Se satana scaccia satana, si autodistrugge. E poi pronuncia una frase che vale come annuncio: “Se io scaccio i demoni con il dito di Dio, è giunto a voi il regno di Dio”. Il “dito di Dio” richiama la potenza creatrice e liberatrice: quella che scrive la legge, che apre il mare, che rimette ordine nel caos. Il Regno non è un’idea. È una liberazione reale: una vita chiusa torna capace di relazione, una voce prigioniera torna parola.
Poi Gesù usa un’immagine fortissima: la casa e l’uomo forte. Il male non sempre si presenta come spettacolo. Spesso si presenta come una guardia armata che occupa la casa del cuore. Paure, risentimenti, rancori, sarcasmi, diffidenze. Difese che sembrano proteggerci e invece ci chiudono.
Gesù si presenta come “più forte”: l’unico capace di entrare, vincere, strappare l’armatura in cui confidavamo e restituirci libertà. È una parola consolante e severa insieme: consolante perché la liberazione è possibile, severa perché chiede una scelta. “Chi non raccoglie con me, disperde”. Non esiste neutralità comoda. O la vita si raccoglie in Cristo, o si disperde in mille frammenti.
Papa Leone XIV richiama spesso la necessità di disarmare il linguaggio e di non indurire il cuore. Qui il Vangelo lo rende concreto: la conversione passa anche dalle labbra. Passa dalla parola che costruisce, dalla lode che guarisce, dal grazie che riapre la casa.

Un versetto per restare dritti

«Se io scaccio i demoni con il dito di Dio, è dunque giunto a voi il regno di Dio». (Lc 11,20)

Esercizio pratico: dare voce alla speranza

Oggi combatto il “mutismo del bene”. Scelgo una situazione in cui tendo a chiudermi, a tacere per freddezza, a restare nel silenzio ostile.
E faccio un gesto semplice: una parola di incoraggiamento, un grazie detto bene, una richiesta di perdono, un ascolto vero.

Domanda per la giornata

In quale ambito della mia vita mi sento “muto”, incapace di comunicare con amore?
Quale paura o risentimento sta facendo la guardia alla mia casa?

Preghiera

Signore Gesù, tu sei il Più Forte che scioglie le catene del male.
In questo giovedì di Quaresima tocca le mie labbra e il mio spirito,
perché io sappia testimoniare con gioia le tue meraviglie.
Liberami dal mutismo dell’anima e dalla chiusura
che mi impedisce di lodarti e di dialogare con i fratelli.
Donami uno sguardo limpido per riconoscere la tua azione nel mondo
e la grazia di restare unito a Te, perché la mia vita non si disperda,
ma si raccolga nel tuo amore.
Amen.

fonte: profilo facebook di don Mario Proietti

Protési alla gioia pasquale… (Mercoledì della Terza Domenica di Quaresima 11 marzo 2026)

IL VALORE DEI PRECETTI
Custodire la legge come via di libertà

Cari amici buongiorno. Il cammino di oggi ci invita a guardare alla legge di Dio con occhi nuovi. Spesso le regole ci sembrano un peso che limita la spontaneità. La Scrittura, invece, ci rivela che custodire i precetti è il segreto della sapienza e dell’intelligenza. Sono come i binari per un treno: non servono a bloccarlo, servono a farlo correre diritto, veloce, sicuro verso la destinazione.

Vangelo del giorno (Mt 5,17-19)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà dalla legge neppure uno iota o un segno senza che tutto sia compiuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli”.

Una riflessione per te (p. Mario Proietti)

Nel cuore della Quaresima, Gesù ci fa riscoprire la bellezza della fedeltà. Non presenta la libertà come eliminazione dei limiti, ma come capacità di vivere la verità. E chiarisce subito un equivoco: non viene a cancellare il passato, viene a portarlo al suo cuore. “Dare compimento” non significa irrigidire, significa svelare l’anima della legge. La legge è una strada, l’amore è il suo senso pieno. Quando il comandamento dice “non uccidere”, il compimento non è una scappatoia, è un passo più profondo: custodire l’altro, rispettarlo, non ferirlo con parole e disprezzo, scegliere la carità.
Gesù parla persino dello “iota”, dei segni minimi. È un modo delicatissimo per dire che nella vita spirituale nulla è insignificante. Il Regno non si costruisce solo nelle grandi decisioni, ma nelle piccole fedeltà. Una parola misurata. Un dovere fatto bene. Una puntualità che costa. Un sacrificio nascosto. Un gesto di rispetto quando nessuno ti vede. I “minimi” non sono dettagli. Sono il tessuto della santità.
E poi c’è un punto decisivo: si insegna soprattutto con la vita. Non basta difendere la legge a parole. La si custodisce con lo stile. Gesù non promette grandezza a chi occupa posti d’onore, la promette a chi vive coerentemente, anche nel segreto. Qui la Quaresima diventa concreta: non è togliere impegni, è riempire di Spirito ciò che già facciamo.
Papa Leone XIV richiama spesso che questo tempo serve a rimettere Dio al centro e a dare ospitalità alla Parola, perché trasformi davvero la vita. In questo orizzonte i precetti non sono un recinto, sono una protezione. Non tolgono libertà, la educano. E una libertà educata diventa capace di bene.

Un versetto per restare dritti

«Non sono venuto per abolire, ma per dare compimento». (Mt 5,17)

Esercizio pratico: la legge della gentilezza e il Rosario del mercoledì

Oggi scelgo un precetto “minimo” ma decisivo: misurare le parole.
Provo a sostituire una parola che ferisce con una parola che costruisce.

Domanda per la giornata

Qual è il “binario” della Parola di Dio che sento più faticoso da seguire?
Riesco a vederlo come protezione della mia libertà e della libertà degli altri?

Preghiera

Signore Gesù, Maestro della verità,
in questo mercoledì di Quaresima donami un cuore innamorato della tua Parola.
Aiutami a comprendere che i tuoi comandamenti non sono lacci che stringono,
sono sentieri che conducono alla vera libertà.
Insegnami la fedeltà nelle piccole cose, perché la mia vita
non sia una fredda osservanza, ma un riflesso luminoso del tuo amore
che porta tutto a compimento.
Per intercessione di Maria, rendimi docile e perseverante. Amen.

fonte: profilo facebook di don Mario Proietti

Protési alla gioia pasquale… (Martedì della Terza Domenica di Quaresima 10 marzo 2026)

IL CALCOLO DEL PERDONO
Perdonare “settanta volte sette” senza riserve

Cari amici, buongiorno. Il cammino di oggi mette sul tavolo una domanda che nasce dal cuore umano, non dalla teoria: Signore, quante volte devo perdonare? Pietro non sta facendo il cinico, sta cercando una misura. Vorrebbe essere generoso, e insieme vorrebbe sapere fin dove deve arrivare. Gesù gli toglie l’abaco di mano. Perché la misericordia non è un conto corrente. Il perdono non si calcola, si vive come un dono ricevuto che si rimette in circolo.

Vangelo del giorno (Mt 18,21-35)

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: “Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette. A questo proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi! Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito. Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello”.

Una riflessione per te (p. Mario Proietti)

Pietro propone “sette volte”. È già molto più della norma comune. Gesù risponde con una cifra che non va intesa come matematica, ma come stile: settanta volte sette significa sempre. Non perché l’offesa diventi giusta, perché il cuore non deve diventare prigioniero.
E qui Gesù racconta una parabola tagliente, quasi crudele per quanto è vera. Un servo ha un debito enorme, impossibile: diecimila talenti. Non è un debito realistico, è un abisso. Rappresenta ciò che noi abbiamo ricevuto da Dio: vita, misericordia, grazia, pazienza. Il padrone, mosso a compassione, condona tutto. Non rinegozia, non rateizza. Cancella.
Poi accade l’incredibile. Quel servo appena perdonato trova un compagno che gli deve cento denari, una somma piccola in confronto. E lo soffoca. È un’immagine volutamente dura: quando il cuore dimentica il perdono ricevuto, diventa spietato. Il problema non è la giustizia. È la memoria. Se io non faccio memoria della misericordia che mi sostiene, divento esigente, duro, implacabile. E così, paradossalmente, finisco per chiedere agli altri una perfezione che io stesso non ho.
Gesù arriva al punto: “perdonare di cuore”. Non significa dire che tutto va bene. Non significa negare il male. Significa sciogliere il nodo interiore che mi tiene legato all’offesa. Il rancore è un aguzzino: promette giustizia e produce schiavitù. Tortura prima di tutto chi lo porta dentro. Per questo il Vangelo è severo: non perché Dio ami punire, perché un cuore che non perdona si chiude e non riesce più a ricevere. Diventa stretto, indurito, incapace di gioia.
Papa Leone XIV ricorda spesso che la conversione riguarda lo stile delle relazioni e la qualità del dialogo. Qui la Quaresima tocca un nervo vivo: disarmare il cuore. Il digiuno non è solo sul cibo, è anche sul desiderio di vendetta, sulla ruminazione dei torti, su quel “vecchio conto” che continuo a tenere aperto.

Un versetto per restare dritti

«Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette». (Mt 18,22)

Esercizio pratico: digiuno dai vecchi conti

Oggi pratico un digiuno concreto: smetto di rileggere il registro dei torti subiti.
Quando mi torna in mente quella persona o quell’episodio, non ci resto dentro.
Dico nel cuore: “Signore, io scelgo la pace”.

Domanda per la giornata

Qual è il calcolo che sto ancora facendo nelle mie relazioni?
Che cosa mi impedisce di perdonare di cuore, cioè di sciogliere il nodo interiore e tornare libero?

Preghiera

Signore Gesù, tu insegni a Pietro e a me la misura infinita del perdono.
In questo martedì di Quaresima guarisci la mia memoria ferita e il mio cuore spesso prigioniero del rancore.
Ricordami ogni giorno l’immenso debito che tu hai condonato a me,
perché la gratitudine diventi capacità di perdonare i fratelli.
Non permettere che io diventi aguzzino di chi mi sta accanto,
rendimi canale della tua misericordia che libera e ricostruisce. Amen.

fonte: profilo facebook di don Mario Proietti

Protési alla gioia pasquale… (Lunedì della Terza Domenica di Quaresima 9 marzo 2026)

LA FEDE OLTRE I CONFINI
Riconoscere l’opera di Dio nell’imprevisto

Cari amici, buongiorno e buon inizio di settimana. Dopo il pozzo e l’acqua viva, la liturgia ci allarga il campo. Oggi la Quaresima ci chiede di osservare i confini che mettiamo alla grazia: quelli mentali, sociali, religiosi, affettivi. La Parola ci dice una cosa semplice e scomoda: Dio non si lascia ingabbiare nelle nostre appartenenze. E quando pretendiamo di possederlo, spesso lo respingiamo.
Attraverso Naaman il Siro, ufficiale straniero che trova guarigione nelle acque del Giordano, la Scrittura ci costringe a riconoscere l’azione di Dio anche dove non ce l’aspetteremmo. La misericordia non conosce dogane. Raggiunge chiunque sia pronto ad accoglierla con umiltà, soprattutto quando la guarigione non riguarda solo il corpo, riguarda il cuore.

Vangelo del giorno (Lc 4,24-30)

In quel tempo, giunto Gesù a Nazaret, disse al popolo radunato nella sinagoga: “In verità vi dico: nessun profeta è bene accetto in patria. Vi dico anche: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Zarepta di Sidóne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro”. All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.

Una riflessione per te (p. Mario Proietti)

Gesù torna a Nazaret. È casa sua. È il luogo della familiarità. E proprio lì nasce il rischio più sottile: pensare di conoscere già Dio, perché lo abbiamo visto crescere, perché ci è vicino, perché lo abbiamo “in tasca”. La familiarità diventa pretesa. “Non è costui il figlio di Giuseppe?”. È la domanda che chiude. Quando Dio è troppo vicino, lo riduciamo. Quando la fede è troppo abituale, smette di stupire.
Gesù allora cita due episodi che bruciano come sale: la vedova di Sarepta e Naaman il Siro. Due stranieri. Due “fuori cerchia”. Due persone che ricevono grazia perché hanno l’umiltà di fidarsi. Questo manda in crisi Nazaret, perché toglie l’illusione dell’esclusiva. Dio non è proprietà privata. La sua misericordia non ha dogane. E la Quaresima serve anche a questo: scoprire dove stiamo difendendo un confine che Dio non difende.
La reazione della sinagoga è violenta. Non discutono. Vogliono eliminare la Parola. E qui il Vangelo consegna un’immagine impressionante: Gesù “passando in mezzo a loro, se ne andò”. La Verità non si fa prigioniera dei nostri sdegni. Continua il cammino. Cerca cuori disponibili altrove. E questa frase è una domanda per noi: sto lasciando passare Gesù nella mia vita o lo sto cacciando quando non conferma i miei schemi?
Nella settimana dell’acqua viva, questa pagina ci insegna una sete nuova: la sete di una fede più grande dei nostri recinti. Una fede che riconosce l’azione di Dio anche nell’imprevisto, anche nella persona che non avrei scelto, anche nella strada che non avrei immaginato.

Un versetto per restare dritti

«Nessun profeta è bene accetto in patria». (Lc 4,24)

Esercizio pratico: un ponte di parole

Oggi la Quaresima ci chiede di osservare i confini che mettiamo alla grazia: quelli mentali, quelli sociali, quelli religiosi, quelli affettivi. La Parola ci dice una cosa semplice e scomoda: Dio non si lascia ingabbiare nelle nostre appartenenze.

Domanda per la giornata

C’è qualcuno che ho escluso dal mio orizzonte di fede e di carità?
Dove mi sto comportando come se Dio dovesse passare solo dalle mie strade?

Preghiera

Signore Gesù, tu hai conosciuto l’amarezza del rifiuto
proprio da parte di chi ti era più vicino.
In questo lunedì di Quaresima liberami
dalla presunzione di conoscerti già.
Guariscimi dall’orgoglio che chiude la porta
quando la tua Parola scuote le mie certezze.
Donami un cuore umile
come quello della vedova di Sarepta e di Naaman il Siro,
capace di riconoscere la tua grazia
anche quando si manifesta in modi inattesi.
Fa’ che io non ti respinga per abitudine,
e che io sappia seguirti oltre i miei confini. Amen.

fonte: profilo facebook di don Mario Proietti

L’omelia di p. Enzo Smriglio (Domenica 8 marzo 2026)

Terza Domenica di Quaresima (Anno A) – Messa delle ore 08.00
Terza Domenica di Quaresima (Anno A) – Messa delle ore 11.00
Terza Domenica di Quaresima (Anno A) – Messa delle ore 18.00

Protési alla gioia pasquale… (Terza Domenica di Quaresima 8 marzo 2026)

L’ACQUA VIVA
Lasciare la brocca delle false sicurezze

Cari amici buongiorno e buona domenica. Oggi entriamo nella III Settimana di Quaresima, il tempo della sete. Sete vera, non di parole religiose. La liturgia ci porta al pozzo di Giacobbe, a mezzogiorno, quando il sole schiaccia e la solitudine si vede meglio. Lì accade uno degli incontri più umani del Vangelo: Gesù e una donna che porta una brocca piena di abitudini, di difese, di ferite, di tentativi falliti di “farsi bastare” la vita.

Vangelo del giorno (Gv 4,5-42)

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui. Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: “Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura”? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica». Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

Una riflessione per te (p. Mario Proietti)

Gesù arriva per primo. È stanco. Si siede. Non inizia con una predica, inizia con una domanda. “Dammi da bere”. È quasi disarmante: Dio chiede. E chiedendo, apre una porta. Perché quando qualcuno ci chiede, non possiamo restare spettatori. La Samaritana sente subito che qui c’è qualcosa che non torna: un giudeo che parla a una donna samaritana, e per di più in pubblico. Gesù attraversa le barriere senza fare polemica. Le supera e basta. La carità vera fa così: non discute i muri, li oltrepassa.
Poi Gesù sposta il livello. La donna parla di secchio, di pozzo profondo, di tradizioni. Gesù parla di sete. “Chi beve di quest’acqua avrà di nuovo sete”. Non è un rimprovero. È una diagnosi. Ci sono acque che non bastano. E noi lo sappiamo bene: basta una giornata storta, un’ansia, una solitudine, una ferita riaperta, e ci ritroviamo a correre alle solite cisterne screpolate. Distrazioni, sfoghi, compulsioni, bisogno di controllo, bisogno di essere approvati, bisogno di avere ragione. Si beve, e la sete torna.
Gesù allora osa la verità. “Va’ a chiamare tuo marito”. Non lo fa per umiliarla, lo fa per liberarla. Il Signore non concede acqua viva a un cuore che resta nascosto dietro maschere. La Samaritana non scappa, non finge. Dice: “Non ho marito”. È la prima frase davvero vera che pronuncia, e Gesù la onora: “Hai detto bene… in questo hai detto il vero”. Qui c’è un passaggio decisivo per la Quaresima: la grazia entra quando smetto di truccare la mia storia.
A questo punto la donna prova a deviare: il monte, Gerusalemme, le dispute religiose. È un riflesso tipico. Quando il Vangelo arriva al punto, noi alziamo polvere. Gesù non si lascia trascinare nelle schermaglie. Riporta tutto al centro: “I veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità”. Spirito e verità non sono due parole poetiche. Significano: senza teatro e senza menzogna. Senza recite e senza alibi. Dio non cerca performance, cerca cuori veri.
E poi lo svelamento più grande: “Sono io, che parlo con te”. Il Messia non si manifesta con un fulmine, si manifesta parlando. Con un dialogo. Con un incontro personale. La fede nasce così: non da una teoria, da una voce riconosciuta.
Il segno più bello arriva alla fine: “La donna lasciò la sua anfora”. Questo è il frutto della domenica. Non un’emozione. Un gesto. Lascia la brocca perché ha trovato una sorgente. E corre in città. La missione nasce sempre da un cuore dissetato: non va a fare propaganda, va a raccontare una verità che le ha cambiato la vita. “Venite a vedere”. E la gente crede. Prima per la sua parola, poi per aver ascoltato Gesù direttamente. È l’ordine giusto: testimonianza, incontro, fede.

Un versetto per restare dritti

«Chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno». (Gv 4,14)

Esercizio pratico:

Oggi scelgo una “brocca” concreta da appoggiare a terra. Una sola.
Quella che uso per calmarmi senza Dio: una lamentela ripetuta, una polemica, uno sfogo velenoso, lo scroll infinito, il bisogno di controllo, la frase che punge. La lascio lì.

Domanda per la giornata

Qual è la sete che sto cercando di spegnere con acque che non bastano?
E qual è la brocca che oggi posso lasciare?

Preghiera

Signore Gesù, tu mi aspetti al pozzo della mia vita.
Conosci la mia sete e non hai paura della mia storia.
Donami il coraggio della verità, senza scuse e senza maschere.
Metti in me la tua acqua viva, perché io non cerchi più
salvezze piccole e consolazioni che durano un’ora.
Insegnami ad adorare il Padre in spirito e verità.
Fa’ che io lasci la mia brocca e riprenda il cammino
con un cuore dissetato, capace di portare agli altri una parola buona. Amen.

fonte: profilo facebook di don Mario Proietti

Piccola introduzione al vangelo della 3a Domenica di Quaresima (8 marzo 2026)

L’evangelista Giovanni, nello stupendo brano di Vangelo della terza domenica di Quaresima ci dà una sintetica descrizione di Gesù.
Ce lo presenta “affaticato per il viaggio”, che “sedeva presso il pozzo”.
A dire il vero dai vangeli Gesù viene presentato quasi sempre in viaggio.
Sembra che per Lui è quasi impossibile “stare fermo”.
Ma ogni viaggio – come si sa – stanca, affatica.
Il viaggio che ‘sfianca’ Gesù è quello che lo conduce all’incontro con l’uomo, con ogni uomo, in qualsiasi situazione si possa venire a trovare.
Mi piace immaginare Gesù “affaticato per il viaggio”.
Ma mi piace ancor di più immaginarlo “seduto presso il pozzo” in attesa che ognuno di noi arrivi ad attingere acqua, assetati come siamo non solo dell’acqua che disseta il nostro corpo, ma soprattutto dell’acqua che può dissetare la nostra arsura di senso da dare alla nostra vita.
Con quell’impareggiabile capacità di sintesi, che è propria di Sant’Agostino, possiamo dire che Gesù ha sete della nostra sete, così come quel giorno ebbe sete della sete della Samaritana.
In questo itinerario quaresimale che stiamo vivendo sarebbe assai utile chiederci: stiamo forse facendo aspettare Gesù da molto tempo?
Ci siamo almeno accorti che Lui è già seduto all’imboccatura del nostro cuore, assetato della nostra sete?
Lasciamoci dissetare da Gesù – l’unico che può offrirci un’acqua speciale – che mentre ci disseta, nello stesso tempo ci trasforma in “una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna”.
Infatti Gesù, da persone che hanno sete, ci trasforma in persone capaci di intercettare la sete degli altri e di poterla a nostra volta dissetare.
A pensarci bene ci troviamo di fronte ad un compito davvero esaltante! Come si intuisce dal racconto evangelico la Samaritana rimane letteralmente conquistata dalla personalità di Gesù che le ha detto quale era la sua condizione senza però umiliarla o condannarla fino ad arrivare a chiederle: “Dammi da bere”.
Gesù si accosta alla Samaritana con una delicatezza che faremmo bene tutti quanti a prendere come modello nelle nostre relazioni col prossimo, un modo di fare che chiama sì le cose con il loro vero nome, ma senza alcuna arroganza accusatoria. Proprio per questo la Samaritana si rende subito conto di trovarsi di fronte ad una persona speciale, rimane affascinata e corre in città per riferire a tutti la bellezza di quell’incontro, l’incontro con una persona che le ha riempito il cuore. 
Allora una cosa è certa: chi ha la fortuna di incontrare Gesù non può fare a meno di parlare di Lui. Comunicare la gioia di aver incontrato Gesù diventa pertanto un’esigenza inderogabile. È stata questa l’esperienza della Samaritana che non ha potuto fare a meno di raccontare a quanti ha incontrato cosa le era successo riuscendo con il suo entusiasmo ad appassionare i suoi compaesani che a loro volta sono accorsi in massa da Gesù con altrettanto entusiasmo.

p. Enzo Smriglio